lunedì 25 febbraio 2013

Nastasi contro tutti, cosa c'è sotto?


Post veloce

In questi giorni mi è capitato di parlare con alcuni amici, che mi hanno ricordato come Salvatore Nastasi, Direttore Generale per spettacolo dal vivo del MIBAC, vada dicendo da qualche tempo che il sistema teatrale italiano ha bisogno di urgenti riforme strutturali, che così non si può continuare ecc. ecc.

Riporto, per rendere l'idea, quanto detto per esempio da Nastasi in occasione del convegno Le Buone Pratiche del teatro, tenutosi a Firenze il 9 febbraio scorso (su ateatro potete leggere il verbale completo):

Nastasi afferma di avere il dovere, come funzionario pubblico, di proporre delle modifiche. Racconta di essere diventato Direttore dello spettacolo nel 2004, a 31 anni, per una serie di casualità fortunate. Dopo nove anni di lavoro, prosegue Nastasi, è un dovere raccontare al Ministro che verrà cosa non è andato nel verso giusto in questi anni e che cosa si può cambiare. Ecco allora alcune verità che il Direttore si sente di segnalare: il sistema è completamente ingessato da regole che bloccano i finanziamenti. 
La situazione è quella di enti territoriali che tagliano progressivamente i loro contributi; lo Stato avrebbe dovuto in parte essere sostituito dagli enti locali, mentre quest’ultimi oggi si sottraggono e chiedono di essere sostituiti dallo Stato. Il sistema della stabilità – prosegue Nastasi – ha fallito: ci sono situazioni che rimangono invariate dal 1980 e questo, in un paese civile, non è possibile. I teatri stabili hanno gli stessi direttori da decenni, che propongono loro regie all’interno del loro teatro: ogni vincolo di esclusività in questo senso va modificato e va stabilito che il direttore di un ente non possa proporre regie all’interno del suo stesso stabile. 
Le quattro categorie di stabilità vanno eliminate, prosegue Nastasi: un teatro stabile percepisce soldi pubblici e non deve fare concorrenza, dunque deve avere obbligo di ospitalità. Uno Stabile deve arare il terreno vicino a casa, deve sostenere la formazione del pubblico. 
Nastasi racconta come, quando diventò direttore, il predecessore Carmelo Rocca lo mise in guardia dai meccanismi della triennalità, dicendo che difficilmente si può tenere fede a un programma triennale; ora Nastasi riconosce quella prospettiva come un errore. Il FUS si muove, è inevitabile che abbia delle oscillazioni in una legge finanziaria: ma nella prospettiva della triennalità ora si può e si deve lavorare. Quelli che si affacciano per la prima volta ad un contributo, si muoveranno in una prospettiva annuale; quelli che hanno una lunga storia nel percepire contributi saranno incanalati in un progetto triennale. 
Nastasi propone un’autocritica su altro aspetto: si è creduto erroneamente, spiega, che stringere i criteri di accesso al finanziamento avrebbe salvato il sistema, e invece l’ha rovinato. Se si fossero abbassati i criteri, si sarebbe ricevuto un maggior ricambio.
[...]
Oliviero Ponte di Pino procede con l’ultima domanda: a fronte di risorse sempre minori, si può procedere aprendo le porte ai giovani, alle nuove realtà e alle residenze senza però intaccare i fondi destinati a chi porta avanti bene il lavoro da anni? Le risorse bastano? 
Nastasi risponde partendo da un dato di fatto: il ministero stanzia 400 milioni di euro, di cui 310 a fondo perduto. Se il nuovo Ministero raddoppiasse i fondi, non ci sarebbero problemi: ma – sottolinea Nastasi – non è probabile che accada. Se la cifra rimanesse la stessa, Nastasi suggerisce di chiedere al nuovo Ministro tre cose precise: nuove regole per i finanziamenti; maggiore stabilità del FUS; una maggiore leva fiscale. Va abbassata l’IVA fino quasi ad azzerarla, va eliminata la gabella sui Vigili del Fuoco; occorrono esenzioni fiscali agli esercenti, ai proprietari delle sale, su certi contributi per i lavoratori. Nell’ambito del cinema, si offrono questi sgravi ai privati, ai finanziatori; ma nell’ambito del teatro non funzionerebbe. Si devono chiedere criteri più giusti e diversi; la leva fiscale per ridurre le spese fisse per chi si affaccia a questo ambito. Queste – e non certo chiedere un FUS a 800 milioni – sono richieste sostenibili.  


Ecco, gli amici mi hanno fatto notare che dovrei essere d'accordo con quanto propone Nastasi.
E, infatti, perché non dovrei esserlo, visto che vado scrivendo cose del genere dal 2009?

Sì, però, mi chiedono anche, perché ora Nastasi dice queste cose?
Che cosa c'è sotto? Dove vuole arrivare? Ci deve essere un doppio fine...

Per la miseria! Ma perché mai?

Ammetto che sono portato, un po' per natura e un po' per i casi della vita, a pensar male, perché spesso ci si azzecca, come pare dicesse qualcuno.
Ma stavolta, penso che ci sia poco da pensar male.
Penso semplicemente che Nastasi, da altissimo dirigente dello Stato italiano, abbia ben chiara la situazione, cioè sappia benissimo (come scritto nel post precedente) che la riduzione del FUS fatta quest'anno sarà la prima di una serie, e che saranno dolori nei prossimi anni.

Quello che Nastasi dice mi pare puro realismo: o si fa di necessità virtù, e lavoriamo da subito tutti insieme per rifondare su nuove basi il sistema, o verremo travolti senza scampo dalla necessità degli eventi.

(Tutto questo, ovviamente, salvo sorprese politiche dirompenti a livello europeo).







lunedì 11 febbraio 2013

Il taglietto del FUS


In questi giorni si sprecano le parole di sdegno e meraviglia per il taglio di 20 milioni al FUS.
Si sprecano anche gli appelli alle forze politiche:
e fate questo e fate quello, e reintegrate di qua, più soldi di là se no così non va.

Tutto molto bello, tutto molto condivisibile.

Sono davvero commoventi i dibattiti pubblici con politici ed esperti del settore, in cui ci si riunisce per discutere di buone pratiche, per avanzare proposte a chi ci governa, per RECLAMARE più risorse da destinare alla cultura.

Forse mi ripeto, ma è bene ribadirlo a chiare lettere:



NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE NON E' POSSIBILE 




NON E' POSSIBILE


Chiaro?

L'Italia ha ratificato il Fiscal Compact e messo in Costituzione il Pareggio di Bilancio. Lo ha fatto il Governo Monti, nel silenzio quasi generale di giornali e televisioni, quindi non ve ne siete manco accorti.

Che vuol dire? Come già scritto qui, si tratta di una follia economica, non a caso mai prevista da nessuna costituzione di nessuno Stato al mondo.
Pareggio di Bilancio vuol dire che se lo Stato spende 100 in un anno, deve anche incassare 100. Ma non basta, perché il Fiscal Compact obbliga anche a ridurre il rapporto debito/pil ai parametri di Maastricht (cioè 60%). Questo vuol dire che l'Italia, nella migliore delle ipotesi dovrà fare manovre di puri TAGLI per 50 miliardi di euro ogni anno per i prossimi 20 anni (insomma, ci aspetta un bel ventennio).
La spesa pubblica totale, stando ai dati per il 2011 pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale nel World Economic Outlook, si attesta sugli 800 miliardi all'anno (per la precisione, 796 miliardi di euro per il 2011).
Se prestiamo fede alla campagna elettorale di tutte (o quasi) le forze in campo, in futuro non verranno aumentate le tasse (anzi tutti promettono di abbassarle).
Quindi da dove si recuperano i 50 miliardi all'anno, come minimo, imposti dal Fiscal Compact? Ma dalla spesa pubblica ovviamente. I conti non sono difficili, 50 miliardi su circa 800 totali vuol dire circa 16%.
La logica dei tagli lineari avrebbe determinato un taglio del FUS di circa 67 milioni di euro (16% di 420 milioni).

E' chiaro?

Con "solo" 20 milioni in meno è andata di lusso per quest'anno.

Poi, ovviamente, l'anno prossimo (se nulla cambia sul fronte occidentale), saremo qui ancora a piangere per l'ineluttabile taglio al FUS per il 2014.

Perché questo è il destino cui ci condanna il FISCAL COMPACT.

E l'Agenda Monti, non a caso, è costruita proprio su questo presupposto (e quando Monti dice che anche senza di lui i governi che verranno dovranno comunque seguire la sua agenda non vuol dire altro che questo: al Fiscal Compact che abbiamo ratificato e al pareggio di bilancio in Costituzione nessuno può sottrarsi... sarete tutti obbligati, nella sostanza, a fare quello che dico io nella mia agenda!)


QUANDO RIUSCIREMO A SENTIRE, IN QUALCHE DIBATTITO PUBBLICO DI TEATRANTI, CHE SONO LE POLITICHE DI AUSTERITA' IMPOSTE DALL'EUROPA CHE NON FUNZIONANO?



P.S. delle 20.52:
Mi rendo conto che il luogocomunismo domina anche qui ("ma dobbiamo ridurre il debito se no finiamo come l'Argentina, lo Zimbawe e bla bla bla. Il Debbbito è il nostro primo problema").
Ecco, allora beccatevi questo:

Cosa è?
E' un grafico che mostra la sostenibilità del debito pubblico a breve in EU. Se stai sotto la linea orizzontale nera sei sostenibile. Dove stava l'Italia per gli anni 2009-2012? (Italia è abbreviato IT...).

Ok, direte, ma per il lungo periodo?
Beccatevi quest'altro:



Cosa è? E' il grafico riassuntivo dei parametri di sostenibilità a lungo termine dei debiti pubblici dei paesi EU. Nella sostanza, sei messo molto bene se ti posizioni verso il basso a sinistra e, soprattutto, al di sotto della linea diagonale in neretto. Indovinate quale è l'unico Paese europeo in quella posizione? (Sì, IT, che sta sempre per Italia).

Importante: i due grafici sono presi dal Fiscal Sustainability Report 2012 di un gruppo di studiosi notoriamente bolscevichi: La COMMISSIONE EUROPEA.

MA ALLORA PERCHE' CI IMPONGONO TUTTO QUESTO? VE LO DEVO DIRE IO? POSSO ANCHE FARLO. MA VI BASTEREBBE LEGGERE, CON GRANDE ATTENZIONE E  DEDICANDOCI TUTTO IL TEMPO CHE CI VUOLE, QUANTO LINKATO NEL POST PRECEDENTE A QUESTO.







venerdì 18 gennaio 2013

Agenda Monti (una Scelta Cinica)

Sarà il clima da campagna elettorale e sarà che mi sono rotto del luogocomunismo del debito pubblico che è il problema dei problemi, ho deciso che come primo post dell'anno vi beccate un po' di roba pesante.

E in tema di pesantezza, oggi commentiamo la cosiddetta Agenda Monti (non tutta, quel che basta).


La strada per la crescita



La crescita non nasce dal debito pubblico. Finanze pubbliche sane, a tutti i livelli.
Con un debito pubblico che supera il 120% del PIL non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti. Non è una questione di cieco rispetto di vincoli europei o sottomissione ai mercati. E’ la realtà, scomoda, dei numeri. Lo spread conta per le imprese e i lavoratori, perché finanziare il debito pubblico costa agli italiani €75 miliardi in interesse annuali, ovvero circa il 5% del PIL. Ridurre di 100 punti base il tasso di interesse che paghiamo sul debito, vale 20 miliardi di euro a regime. E da novembre 2011 il tasso di interesse è calato di oltre 250 punti. Si possono anche criticare obblighi europei, ed anche il governo le ha criticate, per certi aspetti, ma bisogna ricordare che esse sono oggi il test della credibilità della politica fiscale seguita dagli Stati che devono rientrare da un debito eccessivo. Bisogna rovesciare la prospettiva e prendere il quadro europeo come lo stimolo a cercare la crescita dove essa è veramente, nelle innovazioni, nella maggiore produttività, nella eliminazione di sprechi. La crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane.
Per questo il Paese dovrà continuare l’impegno per il risanamento dei conti pubblici in coerenza con gli obblighi europei in materia di disciplina delle finanze pubbliche, ed in particolare:
a. attuare in modo rigoroso a partire dal 2013 il principio (di cui al nuovo articolo 81 della nostra Costituzione) del pareggio di bilancio strutturale, cioè al netto degli effetti del ciclo economico sul bilancio stesso;
b. ridurre lo stock del debito pubblico a un ritmo sostenuto e sufficiente in relazione agli obiettivi concordati (tenuto conto del fatto che, realizzato il pareggio di bilancio e in presenza di un tasso anche modesto di crescita, l'obiettivo di riduzione dello stock del debito sarebbe già automaticamente rispettato);

c. ridurre a partire dal 2015, lo stock del debito pubblico in misura pari a un ventesimo ogni anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del prodotto interno lordo;
d. proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico, in funzione della riduzione dello stock del debito pubblico


Solo i giornali italiani sono ancora quasi totalmente proni alla aberrazione economica dell'austerità che produce crescita. Una assurdità contro cui da anni si pronunciano economisti come Krugman, Stiglitz, Feldstein, Roubini, De Grauwe. Saranno populisti pure loro? 
Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, qualche giorno fa, ha presentato uno studio in cui il suo capo economista Olivier Blanchard si copriva il capo di cenere ammettendo che il FMI si era sbagliato, che i tagli alla spesa pubblica e le austerità aggravano (e non solo nell'immediato, come vuole farci credere Mario Monti) la situazione economica complessiva.
Certo, non bastavano premi Nobel e le teorie economiche del più grande economista del XX secolo (sapete chi è, e se non lo sapete leggete un po' il blog), c'era bisogno di andare a sperimentare direttamente cosa succede al PIL se riduci la spesa pubblica più altre austere amenità. Possibile che l'Hidalgo della Sierra (copyright Alberto Bagnai, leggete qui se volete capire, ne vale la pena) non lo sapesse? A quanto pare sì, e ha portato il nostro rapporto debito/pil dal 120% al 126% in meno di un anno.
Ma niente, l'agenda Monti continua col disco rotto del debito pubblico, come se non avessero letto nemmeno questo report dei loro amici più cari, cioè la Commissione Europea. Che cosa dice, in estrema sintesi? Che la crisi dell'Eurozona non è dovuta ai debiti pubblici, ma agli squilibri di bilancia dei pagamenti, cioè al debito privato.
Se già avete letto i materiali linkati avrete capito. Io non ho le stellette da economista e mi sembra assurdo mettermi a rimasticare qui cose dette da altri, molti molti altri su tutto l'orbe terracqueo. 
Ma voi avete voglia di approfondire. Quindi se ancora non è chiaro potete leggere anzitutto questo saggio di Bagnai, questo di Cesaratto, tenendo conto che sono tra i pochi che in Italia hanno il coraggio di dire ciò che all'estero è quasi di dominio pubblico.
E poi leggetevi in toto, come già detto, il blog di Alberto Bagnai, dove trovate una marea di dati, oltre ad altre innumerevoli indicazioni di lettura.

Tra un po' di giorni, solo quando avrete letto, COME MINIMO, tutto quello indicato sopra, potrete leggere quanto segue.



















Bene, allora ci siamo.
Dato che ora vi sarà chiaro che:

1) Il pareggio di bilancio è una follia economica mai applicata nella storia delle democrazie moderne;

2) La riduzione della spesa pubblica finalizzata alla riduzione dello stock di debito è altamente deflattiva;

3) La dismissione del patrimonio pubblico (tra cui la partecipazione in aziende di importanza strategica, i cosiddetti 'gioielli di famiglia') non farà che aggravare la sostenibilità del debito pubblico stesso (seppur ridotto nel suo stock);

avrete capito anche che le premesse su cui è fondata la cosiddetta Agenda Monti sono a dir poco prive di fondamento macroeconomico. No, dico, vi rendete conto? A parte qualche neoclassico che non ne ha ancora azzeccata una, nessun economista al mondo con un po' di sale in testa si sogna di proporre cose del genere.

Ma a noi che interessa il teatro che ci frega di tutto ciò, direte voi?

Forse a voi non interessa, ma ai profeti del 'lasciamo il finanziamento pubblico combinato così come sta, con il sistema delle sovvenzioni in contanti così come sta', forse interesserà cominciare a intuire che cosa succederà in questo Paese che ha messo il pareggio di bilancio in costituzione e vuole ridurre massicciamente debito pubblico e spesa pubblica.
Cosa diranno, ma professore, ma il Teatro è un servizio pubblico, non si può tagliare lì, non si può privatizzare!!!
Immaginatevi la risposta.
Del resto, avrete notato lo spazio dedicato dall'Agenda Monti all'Italia della bellezza, dell'arte e del turismo,  quanta poca retorica, quali proposte concrete vi sono, a parte la flebile speranza che il privato si faccia carico di finanziare iniziative....

Il Teatro come servizio pubblico ha disperato bisogno di riforme, ma non ha bisogno delle riforme dell'Agenda Monti, che porteranno disperazione.

(Sì, avete capito bene, a ragion veduta non voterò per Monti e invito caldamente a non votarlo, finanche a 'votare contro', anche se si tratta di un dilemma forse irrisolvibile).



P.S. del 21 gennaio:
Come vi dicevo, sono cose, queste, che i giornali internazionali dicono quotidianamente.
Proprio ieri, il Financial Times (che non è propriamente il bollettino del Comintern) ha pubblicato questo editoriale: Monti is Not the Right Man to Lead Italy, oggi ripreso da tutti i principali giornali italiani (alcuni con un certo tono sorpreso).
Alla fine, la cosa che fa più male è l'assoluta evidenza di una alleanza post-elettorale tra Bersani e Monti. Davvero pare inconcepibile che il PD (che, per chi l'avesse dimenticato, dovrebbe essere un partito di centro-sinistra) possa anche solo pensare di allearsi con una destra ultraliberista e mercantilista (questo è la Lista Monti, non crederete alla favoletta del 'centro', vero?).
Si dirà, un'altra grande occasione persa, in nome di cosa, ancora dell'anti-berlusconismo? Si vede che vent'anni di batoste non hanno proprio insegnato nulla.  





giovedì 6 dicembre 2012

Nuove misure di sostegno e investimento sul futuro



Si è in particolare affrontato il tema delle monete complementari come forma di supporto alla liquidità e trasferibilità dei crediti con funzione anticiclica.

Interessanti soprattutto gli interventi di Massimo Amato e Luca Fantacci, dell'Università Bocconi di Milano (fatto da sottolineare, e per l'importanza dell'università e per l'impostazione delle loro proposte, che qualcuno definirebbe poco 'bocconiane'), che stanno progettando una moneta complementare per la città di Nantes.

Non mi dilungo, potete leggere una breve descrizione qui, dal blog curato dagli stessi Amato e Fantacci su Linkiesta..
Il modello della "camera di compensazione" che Amato e Fantacci propongono per Nantes si rifà esplicitamente alle proposte della International Clearing Union e del Bancor fatte da Keynes a Bretton Woods (si veda in proposito il volume, a cura e con interessante introduzione dello stesso Fantacci: J.M. Keynes, Eutopia. Proposte per una moneta internazionale, et. al. Edizioni, Milano 2011).

Insomma, sarà una fissa, ma John Maynard Keynes torna sempre buono, specie quando ci si trovi nella necessità di trovare soluzioni a una crisi colossale come quella che stiamo vivendo.

Tra le proposte di Amato e Fantacci, quella che soprattutto può direttamente interessare a noi è l'idea di finanziare il terzo settore, comprese le attività culturali, con una percentuale stessa dei crediti non utilizzati nella camera di compensazione che si sta progettando per la città di Nantes. Pare che le stesse autorità locali siano molto interessate a questa opportunità. 

Personalmente rimarrei comunque dell'idea di esplorare le possibilità del credito di imposta trasferibile, anche se capisco che la proposta delle monete complementari risulti, anche per ragioni politiche, relativamente di più facile e immediata applicabilità. 

Comunque, morale di tutto: si tratta del riconoscimento del fatto che nel contesto in cui viviamo vi è un enorme problema di liquidità della moneta (di vera e propria "trappola della liquidità, dovuta proprio a come è stato costruito l'euro" ha parlato Massimo Amato nel convegno milanese). 
Insomma, il 'contante' circola sempre meno per tante ragioni, non ultima la necessità dello Stato di reperire sempre più fondi attraverso il sistema fiscale.

In un contesto di questo tipo, ci chiediamo qui, è realistico pensare che il sistema di finanziamento pubblico allo spettacolo possa ancora continuare a lungo sotto forma di elargizioni in contanti? Le stesse amministrazioni locali, e tra queste la Regione Lombardia che ha voluto questo convegno, sembrano aver acquisito la consapevolezza della necessità di trovare forme di sostegno pubblico alternative alla attuale prassi dei trasferimenti finanziari.

L’unica via di uscita possibile, ci pare, potrebbe essere quella di finanziare la spesa per la cultura con gli incentivi fiscali.

Ce ne vogliamo occupare oppure vogliamo lasciare che le cose seguano inesorabilmente la strada su cui sono avviate? Perché quella strada, piaccia o no, è la privatizzazione totale. E' la via neo-liberista al welfare state (immaginatevi con quali risultati per il welfare).

Non so se è chiara la situazione: ai vertici del governo del nostro Paese c'è chi ha già più volte accennato anche alla privatizzazione del trasporto pubblico... (vi ricordate Paolo Grassi? Il teatro da considerare servizio pubblico come la metropolitana e i vigili del fuoco. Se oggi viene messo in discussione proprio quel termine di paragone stiamo a posto con l'idea di teatro come servizio pubblico, no?)

Qualcuno potrebbe anche portare ottime argomentazioni a sostegno di questa ipotesi.

Ma se noi consideriamo ancora valida l'idea di teatro come pubblico servizio, non possiamo non evidenziare che il privato, quando investe, lo fa in un'ottica necessariamente di breve o al massimo medio periodo (e non potrebbe fare altrimenti, ci mancherebbe); insomma, il privato non può permettersi di investire nel lungo periodo (intendo con uno sguardo ai prossimi cinquant'anni); solo uno Stato può essere nelle condizioni di fare reali investimenti sul futuro, magari (auspichiamo qui) uno Stato che abbia la consapevolezza che il più importante investimento per il futuro non è tanto quello che può essere fatto oggi sul tessuto produttivo, bensì è quello che ha a che fare con il sistema di istruzione e di educazione dei cittadini (ivi compreso il teatro), puntando con tali investimenti a formare cittadini che in quel futuro (tra cinquant'anni) possano avere le conoscenze e le competenze che in quel momento serviranno per produrre (certamente anche nel campo dell'arte, e del teatro) tutto ciò che in quel momento ci servirà, ci sarà utile, riterremo importante (sia a livello materiale sia a livello spirituale).  

Le logiche che sono sottese oggi al governo del teatro italiano, l'ho già scritto, guardano quasi esclusivamente al passato. Il passato è ovviamente fondamentale, tanto che vi sono senz'altro enti che specie in virtù del loro ruolo storico, a partire dalle funzioni determinanti svolte dal punto di vista artistico, a partire dal superamento dei condizionamenti storici che costringevano a una posizione di retroguardia il nostro sistema teatrale, dovranno continuare a godere, anche più di quanto accade oggi, di consistenti contributi economici da parte della collettività.

Ma quel che manca davvero è una idea di investimento sul futuro. Come già scritto qui (punto 3), il sistema teatrale italiano non potrà che continuare a trovarsi in una situazione di stallo finché persisteranno le attuali logiche di gestione del Fondo Unico dello Spettacolo, che guardano nei fatti sempre e solo al passato.








venerdì 30 novembre 2012

E' la domanda che genera l'offerta

Post veloce.

Il 28 novembre sono stati presentati i I dati Siae sull'attività di spettacolo in Italia nel primo semestre 2012.
La SIAE così sintetizza: "In crescita l'offerta di spettacoli, flessione degli ingressi".


A quanto pare vanno benissimo le mostre:  spesa del pubblico +109,56% e volume d'affari +103,50%.
Reggono anche sagre, feste, ecc.: volume d'affari +13,81%.


Per le attività teatrali questa è la sintesi:


"Il comparto delle attività teatrali è caratterizzato da forti flessioni: spesa al botteghino (-5,68%); spesa del pubblico (-7,97%); volume d'affari (-6,60%) e ingressi (-1,24%). In aumento solo l'offerta di spettacoli (+1,79%)"


Dunque: i dati dicono che è aumentata l'offerta ma è calata la domanda.


Commenti?

Basta rileggersi Keynes e stamparselo bene in testa: non è l'offerta che crea la domanda (come sosteneva la legge di Say, che qualcuno ancora oggi sembra prendere per buona), ma è la domanda che genera l'offerta (J.M. Keynes, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, libro I, cap. III)

Ricordate chi fu a progettare l'Arts Council? Fu John Maynard Keynes. Sì, sempre lui, il grande economista.
E ricordate nell'ambito di quale ministero? Il Ministero dell'Educazione (anche in Francia fu così, semmai rileggete qui, al punto 1 e passim) 

Logica stringente: il ministero dell'educazione, per definizione, si preoccupa anzitutto di educare i propri cittadini al teatro, e all'arte in genere. 
Si occupa di quella che sarà domanda! Di formare cittadini che domanderanno teatro.


Da noi non è stato il Ministero dell'educazione o dell'istruzione ad occuparsi in origine del sostegno pubblico al teatro. Ovviamente l'imprinting è sempre fondamentale...

C'è un disperato bisogno di occuparsi molto di più della domanda e meno dell'offerta (come già detto qui, al punto 5 e relative note: Recuperare un progetto pedagogico, restituire il teatro agli artisti)






P.S. "l'unico settore che mostra un andamento generalmente positivo è la lirica (spettacoli +4,84%; ingressi +12,68%; spesa al botteghino +11,18%; spesa del pubblico +11,27% e volume d'affari +11,27%)"
Questo è un caso in cui agiscono ancora tanti fattori a sostegno della domanda, compresa la componente estera... Ma non è tutto oro quel che luccica. Vedremo di parlarne un'altra volta.



martedì 27 novembre 2012

Il titolo di questo blog


Ovviamente mi ero dimenticato la cosa più importante (tant’è che ho appena finito di darmi del “pirla” e rimedio subito).
Come alcuni dei lettori già avranno intuito, il titolo di questo blog riprende il famoso articolo di Paolo Grassi: Teatro, pubblico servizio.
Io ci ho aggiunto solo il punto interrogativo. Non so proprio il perché, mi è venuto istintivo.
Al lavoro, realizzato su più fronti, per il rinnovamento del repertorio Grassi aveva progressivamente affiancato riflessioni sulla urgente questione del rinnovamento strutturale del teatro italiano. L’articolo venne pubblicato il 25 aprile 1946 sull’«Avanti!». Grassi vi auspicava l’istituzione di teatri comunali a gestione municipale. L’intervento è senz’altro il manifesto più compiuto di una serie di riflessioni condotte da Grassi a partire dall’immediato dopoguerra. Non si trattava di per sé di idee rivoluzionarie. Già Guido Salvini, per esempio, aveva presentato nel 1927 al comune di Milano un progetto di teatro municipale. Ma di certo l’auspicio che il teatro venisse concepito anche in Italia come una necessità nazionale, un pubblico servizio «alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco», da sostenere con risorse e logiche differenti rispetto alle paternalistiche sovvenzioni fasciste, non rischiava più di essere solo uno dei tanti proclami senza esito. Grassi riportava a coscienza problemi e possibili soluzioni in un momento che si annunciava fertile, specie a Milano, dove il neosindaco socialista Antonio Greppi, drammaturgo, prometteva una attenzione privilegiata alle faccende del teatro.

Comunque vi allego qui il fondamentale articolo.
Tanto vi dovevo.